In memoria di Marco Biagi, un “giurista di frontiera”

 

In memoria di Marco Biagi, un “giurista di frontiera”

Diciannove anni or sono un commando delle BR attese Marco Biagi sotto casa e lo assassinò a colpi di pistola. Poco prima, da Modena dove insegnava, aveva telefonato alla moglie annunciando che avrebbe tardato perché non sarebbe riuscito a prendere il solito treno. La moglie gli rispose che lo avrebbero atteso per la cena. Ancora oggi, per noi che gli fummo amici, il ricordo più netto e lacerante si concentra sulla dinamica degli eventi di quel tragico 19 marzo 2002, dei giorni che lo avevano preceduto e di quelli che lo seguirono. Innanzi tutto le premesse, gli indizi e i presentimenti che qualche cosa stava per succedere. Marco era stato indicato come ispiratore del disegno di legge delega presentato dal Governo sul mercato del lavoro, che stava suscitando – per le sue modifiche sperimentali dell’articolo 18 dello Statuto - un mare di aspre polemiche e di velenose accuse. Per di più, alcuni giorni prima, Marco Biagi aveva aderito, come terzo firmatario dopo noi due, a un documento che difendeva quel disegno di legge.

Nella settimana che precedette la tragedia di via Valdonica, la rivista Panorama pubblicò stralci di un rapporto dei servizi segreti in cui venivano indicate le possibili vittime di attentati terroristici. Tra i loro profili svettava un identikit di Marco Biagi, al quale era stata levata la tutela di pubblica sicurezza che gli era stata assegnata dopo le minacce che aveva ricevuto per la predisposizione del Patto Milano Lavoro, un accordo innovativo promosso con obiettivi di inclusione sociale dall’amministrazione comunale e le parti sociali, con l’eccezione della Cgil.

Marco si sentiva ancora in pericolo perché i suoi persecutori lo avevano seguito anche nei nuovi incarichi che gli erano stati assegnati, con particolare vigore e determinazione, dopo che aveva coordinato il gruppo che aveva redatto, su incarico del Ministro Roberto Maroni, il Libro Bianco sul mercato del lavoro, presentato nell’autunno del 2001 e sottoposto a un fuoco incrociato di critiche da parte della sinistra politica e sindacale e da gran parte dei suoi colleghi, ancora ancorati a una visione tolemaica del diritto del lavoro, con al centro il prestatore d’opera a tempo indeterminato.

Chi era il nostro comune amico Marco Biagi? Era nato a Bologna nel 1950 (al momento dell’uccisione non aveva ancora 52 anni). Si era laureato in giurisprudenza con Federico Mancini e aveva seguito un corso di perfezionamento a Pisa con Luigi Montuschi. Dal 1974 aveva iniziato la carriera universitaria in diversi Atenei lungo tutta la Penisola, fino a quando, 10 anni dopo, era approdato alla facoltà di economia a Modena; nel 1987 era diventato ordinario di diritto del lavoro e delle relazioni industriali, fino al 2002. Aveva raccolto intorno a sé una vera e propria scuola di giovani brillanti, un centro culturale (il Centro Studi internazionali e comparati) che ha sempre continuato a svolgere la sua attività (con un approdo a Bergamo) sotto la direzione dell’allievo prediletto, Michele Tiraboschi. Molto significative, per la sua crescita accademica, furono le esperienze di studio a livello internazionale (in particolare in Giappone) ed europeo, in qualità di vice presidente del Comitato per l’occupazione e il mercato del lavoro in rappresentanza del governo italiano.

L’approccio di Marco al diritto del lavoro era soprattutto ‘’pratico’’; a lui non interessavano le costruzioni sistemiche; la sua mission era quella di usare le norme per risolvere i problemi. Tutto il contrario dell’atteggiamento culturale dei giuslavoristi tradizionali i quali avevano in testo un modello di lavoratore che costituiva l’unità di misura con cui giudicare tutti i rapporti di lavoro.

In sostanza, Biagi era un “giurista di frontiera”, attento a quanto si muoveva nel limbo dei nuovi rapporti di lavoro. Mentre i suoi colleghi contrassegnavano le aree grigie del mercato del lavoro con la classica scritta “hic sunt leones”, Marco parlava apertamente di “diritto dei disoccupati” cioè di “quella fragile trama normativa esistente per coloro che non hanno ancora un lavoro, che lo hanno perso o che sono occupati nell’economia sommersa”, fino a spingersi a varcare il confine della “flessibilità normata”, nella consapevolezza che il primo dovere del giurista è di portare la “regola” laddove non esiste: una regola che serva alla società reale e che non pretenda di fare il contrario, di costringere cioè i processi fattuali a sottoporsi a norme insostenibili e perciò condannate ed essere violate, neglette o eluse.

Stava proprio in queste convinzioni la novità del contributo di Biagi: nel rifiuto di considerare deviazioni, violazioni di un ordine superiore, quei rapporti di lavoro non riconducibili a un contratto a tempo indeterminato, con annessi e connessi sul piano delle tutele. Ecco perché incontrò quelle ostilità che ne fecero un simbolo, un “uomo da bruciare’’ perché voleva regolare – anche sul piano dei diritti – quei rapporti non standard che, nel pensiero della sinistra politica e sindacale (solo quella di allora?), dovevano soltanto essere vituperati, condannati, interdetti e aboliti, perché erano considerati un cedimento ai padroni e non un’esigenza di un mercato del lavoro che pretendeva flessibilità in entrata (attraverso nuove regole) e in uscita (superando il dogma dell’articolo 18 dello Statuto).

Da allora molte cose sono cambiate; è venuta avanti una nuova legislazione del lavoro che ha tenuto la barra lungo un travagliato percorso che riconosceva e ammetteva le differenze, l’esigenza di rapporti di lavoro meglio corrispondenti alle nuove esigenze produttive e dei servizi, fino al pacchetto del Jobs Act. Ma la battaglia non è vinta; basta seguire il dibattito in corso sulle politiche del lavoro e – ciò che è più doloroso e infame – gli insulti che ancora compaiono sui social all’indirizzo di Marco. La mistica del precariato trova ancora degli intransigenti fedeli. Anche se, in questo modo, si condanna il diritto del lavoro a uscire di scena, nel racconto di un passato in esaurimento e nella rinuncia a migliorare un futuro prossimo che può essere rallentato ma che – senza la capacità di rinnovarsi – finirà per regolare solo le ‘’vecchie glorie’’. Ricordiamo ambedue una affermazione forte di Biagi in occasione di un seminario dove sostenne che il diritto del lavoro rischiava di divenire una branca del diritto commerciale.

Quanto alla pubblica amministrazione, Marco ne concepiva la riforma in una nuova visione dei rapporti sociali fondata sulla coesione ovvero sulla capacità dei grandi soggetti sociali di muoversi in una dimensione di sussidiarietà affidata alla contrattazione collettiva e alla pratica degli avvisi comuni, in grado non solo di governare i processi di formazione, ma anche di immaginare risposte ai nuovi problemi del welfare e del mercato del lavoro: dagli ammortizzatori sociali, alle politiche attive; dalla certificazione dei rapporti alla risoluzione stragiudiziale delle controversie; dalle forme di previdenza integrativa alla mutualità in materia di assistenza sanitaria e sociale. Secondo Biagi dovevano essere rinnovate anche le relazioni sindacali nel pubblico impiego. «Va peraltro precisato - era scritto nel Libro Bianco - che la riorganizzazione della struttura contrattuale riguarda l’intero complesso del lavoro dipendente, compreso quello del settore pubblico. Da tempo – proseguiva - è in corso un processo di “privatizzazione” del rapporto di lavoro in questo settore ed è intenzione del Governo proseguire con determinazione verso una maggiore omogeneità non solo delle norme ma anche delle relazioni sindacali e dei comportamenti effettivi nei due settori, pubblico e privato. La tendenza verso un maggior decentramento delle relazioni industriali è, negli ultimissimi anni, emersa in connessione con il decentramento nelle amministrazioni pubbliche. Il rafforzamento del livello decentrato della contrattazione collettiva - concludeva - non potrà quindi non coinvolgere anche il settore pubblico. Le Regioni e gli enti locali potranno svolgere un’azione di stimolo e di proposta su questo in parallelo alla compiuta definizione di un contesto più responsabile della finanza regionale e locale». L’idea di Marco era quella di una pubblica amministrazione non invasiva della vita civile, economica e sociale, ma di un capitale di risorse professionali e materiali al servizio dei cittadini; non un corpo separato ed autoreferente, ma garante della coesione sociale.

Uno degli obiettivi del Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale siglato lo scorso 10 marzo a Palazzo Chigi è, appunto, quello di “riconoscere alla Pubblica Amministrazione il ruolo centrale di motore di sviluppo e catalizzatore della ripresa: la semplificazione dei processi e un massiccio investimento in capitale umano sono strumenti indispensabili per attenuare le disparità storiche del Paese, curare le ferite causate dalla pandemia e offrire risposte ai cittadini adeguate ai bisogni”. Di conseguenza il Patto punta a valorizzare il ruolo della contrattazione integrativa e a implementare gli istituti di welfare contrattuale, anche con riferimento al sostegno alla genitorialità e all’estensione al pubblico impiego delle agevolazioni fiscali già riconosciute al settore privato per la previdenza complementare e i sistemi di premialità.

È questo l’insegnamento che ci ha lasciato un riformista. Marco Biagi era un caro amico e un compagno socialista. Cattolico praticante era arrivato al Psi all’inizio degli anni Settanta insieme a Livio Labor e il Movimento politico dei lavoratori. Impeccabile civil servant, fu stretto collaboratore di Tiziano Treu e di Romano Prodi e dei suoi governi; ma non aveva esitato a collaborare con un esecutivo di centro destra, perché gli era stato consentito di elaborare in autonomia e condivisione le sue idee sul lavoro che trovarono poi spazio nella legge delega, approvata dopo la sua morte ed intitolata con il suo nome. Biagi ha fondato una scuola di eccellenza che continua il suo lavoro sotto la guida di Michele Tiraboschi, mentre è la moglie Marina Orlandi a presiedere la Fondazione Marco Biagi nell’Ateneo modenese.

Sono passati ormai tanti anni, ma Marco continua a vivere con noi, nella memoria e nelle opere. La morte vera è solo nell’oblio.

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