La corrente calda dell’Atlantico rallenta: a rischio il clima europeo

 

La corrente calda dell’Atlantico rallenta: a rischio il clima europeo

Il Nord America trasformato in un deserto di ghiaccio. Un’onda gigantesca che si abbatte su Manhattan travolgendo ogni ostacolo. Un piccolo gruppo di sopravvissuti asserragliati nella biblioteca di New York circondata da lupi ululanti. Era il 2004 e nelle sale usciva The day after tomorrow (L’alba del giorno dopo) di Roland Emmerich, il primo kolossal sul cambiamento climatico.

All’epoca la scelta di un finale drammaticamente freddo per la crisi climatica aveva fatto discutere visto che, come è noto, si va verso un riscaldamento globale destinato, nel più ottimistico degli scenari, a non fermarsi prima di un aumento di due gradi rispetto all’era preindustriale. Ma in realtà quell’ipotesi, sia pure elaborata in salsa holliwoodiana, ha un fondamento scientifico che riguarda soprattutto l’Europa occidentale. E oggi, a distanza di 17 anni dal film, un altro elemento che porta in quella direzione è stato messo agli atti.

I media britannici e americani (dal Guardian al Washington Post) hanno dato buona evidenza a uno studio pubblicato su Nature Geoscience e alle dichiarazioni del coautore della ricerca Stefan Rahmstorf, del Potsdam Institute for Climate Impact Research, sull’indebolimento della Corrente del Golfo.

L’attuale clima dell’Europa atlantica è infatti basato su un meccanismo garantito dal flusso continuo di acqua calda che parte dal Mar dei Caraibi e arriva fino alle coste della Norvegia. È un tapis roulant che trasporta benessere termico muovendo quasi 20 milioni di metri cubi di acqua al secondo. La massa di acqua calda viaggia in superficie, man mano evapora e diventa quindi sempre più salata e densa. Arrivata in Scandinavia incontra un’acqua più dolce e s’inabissa cominciando, in profondità, il viaggio di ritorno verso i tropici.

Ma questo meccanismo, senza il quale la temperatura della Gran Bretagna diminuirebbe di parecchi gradi, sta diventando precario: se l’area di espansione dell’acqua derivante dallo scioglimento dei ghiacci artici si allargasse ulteriormente, la spinta calda innescata dalla Corrente del Golfo si fermerebbe prima e l’intero sistema di circolazione delle acque calde atlantiche si indebolirebbe.

Secondo lo studio appena completato, oggi l’intensità di questo flusso è al livello più basso da mille anni: si è già registrato un indebolimento del 15% rispetto ai valori registrati a metà del ventesimo secolo. E si potrebbe arrivare a una diminuzione del 35-45% entro la fine del secolo. S’innescherebbe così uno dei più temuti tipping point, i “grilletti climatici” in grado di far saltare equilibri millenari in tempi rapidissimi, con conseguenze devastanti. In questo caso, oltre a portare il gelo sulle coste dell’Europa occidentale e a destabilizzare il clima dell’intero continente, sarebbero anche minacciate dall’aumento del livello del mare le coste atlantiche degli Stati Uniti.

Un collasso dell’Amoc (Atlantic Meridional Overturning Circulation, è questo il nome della corrente atlantica calda) non sarebbe un evento inedito. È già avvenuto altre volte, l’ultima durante la fine dell’ultima era glaciale. Ma questa volta c’è una differenza. La presenza di quasi 8 miliardi di esseri umani doppiamente coinvolti: come responsabili e vittime del fenomeno. Un’eventualità che con buona probabilità possiamo ancora evitare mettendo al bando i combustibili fossili con la rapidità richiesta dalla comunità scientifica per contrastare la crisi climatica.

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