Draghi ridisegna l'economia di governo

Draghi ridisegna l'economia di governo

 Premessa: saranno le dinamiche e le decisioni del nuovo Governo a dare la portata del reset. Quello che Mario Draghi ha attivato attraverso un riposizionamento delle caselle economiche. E già questa è una notizia di per sé. Perché se le priorità per il Paese sono le stesse dell’esecutivo Conte - curare con i vaccini e ricostruire con il Recovery plan - è lo schema di gioco a essere diverso. Fino ad ora la strategia economica ha avuto come perno la triade Tesoro-Sviluppo-Lavoro, con la regia, a volte operativa e a volte scenica, di palazzo Chigi. Un assetto tradizionale calato su un momento eccezionale come è quello di un Paese sotto pandemia. Le storture della macchina emergenziale anti Covid e la fatica sul piano per i 209 miliardi europei ne hanno messo in evidenza i limiti. Ora la creazione di nuovi ministeri (Transizione ecologica, quello per il digitale, ma anche il Turismo), il rimescolamento delle competenze e il profilo dei ministri spingono un nuovo assetto.

Due nuovi ministeri e non solo per il Recovery. Dallo schema Conte a quello Draghi

Fagocitato dalla gestione dell’emergenza sanitaria ed economica, il governo Conte ha fallito sull’operazione Recovery. Proprio la messa a terra del piano (progetti e soldi) e la questione della governance (chi gestirà le risorse) hanno fatto da detonatore alla crisi politica. Inizialmente il piano prevedeva un comitato esecutivo composto da Conte, dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e dal titolare del Mise Stefano Patuanelli. Da affiancare al Ciae, il Comitato interministeriale per gli Affari europei, guidato da Enzo Amendola, e a una task force di esperti. Le proteste dei renziani hanno mandato tutto all’aria. E nella messa a punto del nuovo piano e della nuova cabina di regia è emerso il metodo. L’asse palazzo Chigi-Tesoro ha schiacciato il Ciae. I conti sono stati rifatti a via XX settembre, in piena sintonia con il premier. Poi tutto è saltato per la crisi.  

Draghi diversifica, e di molto, lo schema. Il tema della governance sarà definito nelle prossime settimane. Bisognerà capire quale sarà il ruolo del Tesoro guidato da Daniele Franco. In Francia, il Recovery è nelle mani dell’omologo Bruno Le Maire e di nessun altro. Qui le vie d’uscita possono essere due. La prima è che Draghi si fida così tanto di Franco da fare di via XX settembre la cabina di regia. La seconda è un asse palazzo Chigi-Tesoro. Ma le varianti dello schema possono essere anche altre, considerando che gli attori in campo sono aumentati. Prima ancora di come si muoveranno, è già una novità la presenza di nuove pedine sullo scacchiere. Sono i due nuovi ministeri: quello per la Transizione ecologica, guidato da Roberto Cingolani, e quello per l’Innovazione e la transizione digitale, affidato a Vittorio Colao. 

Bisognerà capire come questi due ministeri interagiranno nella partita più grande della gestione dei 209 miliardi. E qui lo schema Draghi si ramifica. Cingolani, infatti, non sarà solamente il ministro della Transizione ecologica, ma guiderà il Comitato interministeriale per il coordinamento delle attività concernenti la transizione ecologica. Una definizione che mette in luce la trasversalità del tema green tra più ministeri. In pole ci sono il Mise e le Infrastrutture, ma anche l’Agricoltura e la Transizione digitale. Anche questo può essere annoverato come un possibile schema di governance del Recovery plan, anche se limitato al comparto dell’ambiente. 

Una considerazione sicura, invece, si può già fare. Quello di Cingolani è un ministero con portafoglio, quindi con una struttura alle spalle. Quello di Colao no. E se il primo sosterrà spese fisse e quindi avrà bisogno di soldi per farlo, il secondo sostanzialmente no. Ma la differenza di fatto si azzera se si legge nell’ottica del Recovery. I soldi ce li mette l’Europa, sia per l’ambiente che per il digitale. Sia Cingolani che Colao dovranno gestire e spendere.

La quota dei tecnici di Draghi vale 160 miliardi (su 209)

La creazione delle due nuove caselle nella squadra di governo è funzionale alla messa a punto del Recovery. Innanzitutto dal punto di vista dei soldi che si troveranno a gestire (fatto salve le considerazioni sulla governance più generale dell’intero piano). Bruxelles ha fissato paletti ben precisi: il 37% delle risorse deve andare al green, almeno il 20% al digitale. Se si prende in considerazione l’ultima versione del Recovery plan, la missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica” ha in pancia 66,59 miliardi (salgono a 68,90 se si aggiungono le risorse del React Eu, un’altra gamba del Next Generation Ue). Alla missione “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” sono stati affidati 45,38 miliardi (46,18 con il React Eu). La somma fa 111,97 miliardi. Dentro ci sono anche 8 miliardi per “Turismo e Cultura 4.0”. Qui Draghi ha spacchettato, dando al leghista Massimo Garavaglia il primo e lasciando la Cultura a Dario Franceschini. Sono entrambi ministri politici, quindi questi 8 miliardi vanno sottratti. Il totale passa a 103,97 miliardi. 

Ma la quota dei ministri tecnici voluta da Draghi per blindare il Recovery ha un peso ancora maggiore. All’Istruzione è andato Patrizio Bianchi, un tecnico-amministrativo, e alla Ricerca Cristina Messa, una “manager” del settore. “Istruzione e ricerca” è il titolo di un’altra missione del Recovery, che attualmente ha un budget di 26,66 miliardi. Il ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture è in capo a Enrico Giovannini, anche lui tecnico. I miliardi della missione “Infrastrutture per una mobilità sostenibile” sono 31,98 miliardi. La quota arriva 162,6 miliardi. Su un totale di 209,9 miliardi. Le voci di spesa, così come le relativi missioni, potranno essere rimescolate, anche teoricamente riscritte da zero, ma già i soli paletti dell’Europa su green e digitale assicurano ai tecnici la gestione di più della metà del Recovery. 

I ministeri satellite per l’emergenza e per il Recovery

Il Recovery plan sarà accompagnato da riforme strutturali. Draghi l’ha ripetuto fino alla sfinimento durante le consultazioni per la formazione del governo. Le riforme indicate sono tre: quella della Pubblica amministrazione, il fisco e la giustizia civile. Se la penultima impatta sul Tesoro e l’ultima sul ministero della Giustizia guidato da Marta Cartabia, la prima intercetta Renato Brunetta, nuovo ministro della Pubblica amministrazione. Il suo sarà un lavoro-“satellite” per la gestione dell’emergenza (leggere regolamentazione dello smart working) e per il Recovery dato che la riforma della Pa passerà anche dalla sua scrivania. Pur senza portafoglio, avrà un ruolo di peso nello schema economico di Draghi. Satellite sarà anche il ministero Lavoro. Ad Andrea Orlando il compito di incastrarsi con temi delicati come il blocco dei licenziamenti, la cassa integrazione Covid e la più generale strategia per risollevare un mercato del lavoro al collasso. 

Il nuovo corso del ministero dello Sviluppo economico

Oltre al profilo scelto per guidarlo - il leghista e tra i più europeisti del Carroccio Giancarlo Giorgetti - il ministero dello Sviluppo economico andrà incontro a una mutazione genetica di contenuto. Innanzitutto perderà le competenze in materia di energia (passano alla Transizione ecologica). E un altro pilastro - le tlc - potrebbe essere decisamente depotenziato. Sia nella gestione speciale per il Recovery, sia in quella ordinaria che risponde al nome di rete unica. In entrambi i casi potrebbero prevalere l’orientamento e l’influenza del ministero affidato a Colao. Il super manager ha un’esperienza e un know-how tali da poter dettare la linea su temi come la fibra o il 5G. Da capire poi se il commercio estero, che Conte aveva quasi del tutto trasferito alla Farnesina guidata da Luigi Di Maio, sarà una materia compartecipata tra il Mise e gli Esteri o invece no. 

Il nuovo Mise sarà centrato sull’industria. Sulle crisi che attraversano il Paese. Lo specchio, politico ed economico, è il mondo produttivo del Nord, ma anche la questione della desertificazione industriale del Sud. Su tutti i grandi dossier: l’ex Ilva di Taranto, Alitalia, Whirlpool. Anche qui ritorna lo schema Draghi perché il dicastero guidato da Giorgetti dovrà necessariamente parlarsi con quello di Cingolani. La maggior parte dei tavoli aperti allo Sviluppo economico riguardano infatti la raffinazione, la chimica, la siderurgia, la metallurgia. Tutti settori che stanno andando incontro a processi di riconversione industriale in chiave green. E per capire perché il Mise esce dal suo ruolo centrale tradizionale, ancora dalla triade con il Mef e il Lavoro, basta leggere la direzione. Opposta a quella di un mantenimento delle deleghe precedenti e ancora più lontana da altri disegni. Come quello del super Mise che gestì Corrado Passera durante il governo Monti: Sviluppo economico al completo (con il commercio estero) insieme a infrastrutture e trasporti. 

Il ministero economico del Turismo 

Qui un’altra scelta di Draghi. Scorporare il turismo dal Mibact. Il leghista Massimo Garavaglia è il ministro scelto. All’inizio senza portafoglio, ma appena sarà completato lo scorporo lo avrà. Avrà quindi una struttura ministeriale vera e propria. Sarà un ministero economico centrale non solo per la quota parte del Recovery, ma anche per le risorse che assorbirà per spingere il settore del turismo, il più colpito dalla crisi economica scatenata dal coronavirus. Non è un caso se Draghi ha citato sempre il turismo tra le priorità del Paese durante tutte le consultazioni.

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